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ROMA, NOTTE TRA IL 21 E 22 NOVEMBRE 1976

12 gennaio 2023

Roma, notte tra il 21 e 22 novembre 1976


Ho fatto il turno di notte al giornale.

Oggi è domenica, e la scritta “Paese sera” è spenta. Ho sentito una profonda tristezza dentro, uscendo a notte: la tipografia quasi vuota, il corridoio con le piastrelle squallide, le rotative e i rulli trasportatori fermi.

Ho guardato questo ambiente che non è mio: Roma, il partito comunista, la gente rude; però sono arrivato qui da solo, sono stato chiamato senza raccomandazioni.

Posso muovermi nel giornale, entrare e uscire, fare e disfare un titolo, toccare il piombo: appena me ne andrò non lo potrò più fare. Da qui una tristezza feroce, la sensazione che sono attaccato al giornale, alla solitudine della notte contando le battute di ogni riga del titolo. Non ho amore per questi luoghi, ma la coscienza di esserci arrivato come lavoratore mi dà una sicurezza che forse non ho mai trovato prima e allo stesso tempo un’indifferenza per quello che non conta.

Amore no, ma attaccamento tanto: nessuno ti dice “bravo”, nessuno ti vede fare la pagina e i titoli, ma stai vivo e reale nel tuo lavoro, e questo basta.


A volte l’idiosincrasia con Roma è molta, troppa: ma qui ho lasciato la burocrazia milanese in cui vivevo, qui ho trovato il giornale. Qui insomma la mia esistenza è divenuta un fatto compiuto oltre il quale non si può andare: se mai cercare ora il silenzio, spazio.

Forse sono i ritmi dei sette anni: sette, quattordici, ventuno, ventotto. Ho ventott’anni: alla mia età Beethoven scriveva la “Patetica” per pianoforte: non più l’entusiasmo eroico di fronte alla vita di un diciottenne romantico, ma la tempesta dello spirito che si ripiega su se stesso, proprio quando avrebbe finalmente gli strumenti per comprendere la realtà intorno. In più a quell’età, Beethoven cominciava ad essere seriamente afflitto dalla sordità.


Intorno vedo troppe e troppo radicate certezze: ognuno è sicuro, afferma, giudica, critica, indica torto e ragione, sceglie. Dov’è l’umanità dei “non so”, dei pensieri che cambiano? “Chi non spera l’insperabile, non lo troverà, perché esso è inaccessibile e imperscrutabile” (Eraclito, fr. 18); anche il Leopardi nello “Zibaldone” parla della ratio che uccide la fantasia e uccide la capacità di pensare.

In ogni tempo l’uomo sente che oltre allo scibile, al verificabile, c’è un ignoto altrettanto concreto.

Non esiste solo il verificabile, e l’esistenza non è solo carne, è anche spirito, emozioni, sensazioni: dunque l’eterno problema.

L’oggetto - l’azione - percepito esiste anche autonomamente, senza l’osservatore? Che cosa sono i colori al buio, esistono ancora? O sono solo criteri di differenzazione in relazione a un occhio umano che li vede? Vale lo stesso per lo spirito?

L’amore esiste o è una mera espressione dell’istinto di sopravvivenza?

Trovato l’altro essere da amare ci crediamo; poi - come con i colori - spegniamo la luce e l’amore non c’è più, l’amante e l’amato tornano alla condizione numerica: due esseri umani.

Dieci anni fa scrivevo queste cose: la differenza è che ora non cerco di spiegarmele, se ne parlo con altri (fidati) è per comunicare l’oggetto del mio pensare, non per essere aiutato nella speculazione filosofica.

Adesso però non mi vergogno a commuovermi, a emozionarmi: anzi, se c’è un po’ di nostalgia, sto bene. Anzi sto.