Storia di una differenza

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STORIA DI UNA DIFFERENZA

Pioveva da due giorni, le strade erano sommerse dall’acqua. Le poche automobili che si erano avventurate nel diluvio si erano fermate ed erano state abbandonate, come barche semi affondate. Ben aveva un invito per quella sera, ma non osava telefonare per dire che con quella pioggia non sarebbe arrivato fino alla villa, fuori città. Aveva deciso di andarci lo stesso. Scese in strada per provare se la sua auto si sarebbe messa in moto. Era molto vecchia, le sue scarse finanze di giovanotto disoccupato non gli permettevano di cambiarla. Entrò in macchina: il motore partì, ma Ben in quei pochi metri sotto il diluvio si era bagnato completamente. Tornò su in casa a cambiarsi, prese la bottiglia di ottimo vino che aveva comprato (spesa eccessiva ma una tantum), ritornò in strada con un ombrello e avviò l’automobile.

Non conosceva bene le vie, ma almeno la direzione, appena fuori città verso sud est, gli avevano detto. La pioggia diventava una minaccia, l’auto ogni tanto sussultava; poi la compagna di tanti lunghi viaggi si fermò definitivamente. Scese ad aprire il cofano per scoprire uno spettacolo desolante, il motore era coperto da olio nerastro misto ad acqua, due elementi così forti che uno non riusciva a eliminare l’altro. Sicuramente era bagnata tutta la parte elettrica. Rassegnato, si decise a guardarsi intorno cercando un telefono, ma la strada e la campagna apparivano deserte.

Il buon senso avrebbe portato Ben a una rinuncia, giustificata dalla preponderante forza della natura. Ma la testardaggine - quella per cui insisteva a cercare un lavoro in questa nuova città – lo fece camminare, completamente bagnato, lungo la strada consolare dove ricordava sarebbe dovuta esserci una stazione dei Carabinieri. Dopo una buona mezz’ora vide l’insegna dell’Arma, entrò e timidamente chiese di poter fare una telefonata. Il giovane carabiniere quasi si mise a ridere, spiegando a Ben che con molta pioggia in quella città si fermavano due cose, le automobili e i telefoni, avrebbe dovuto saperlo. Il giovane si scusò spiegando che da poco viveva nella Capitale, e uscì senza aggiungere altro, proseguendo a piedi. In fondo – pensò – quella strada era famosa per le legioni romane che l’avevano percorsa camminando, come lui, con in più tanto di equipaggiamento sulle spalle. Tra un pensiero e l’altro Ben s’era dimenticato la pioggia incessante e la lunghezza della strada percorsa. Vide finalmente una targa in pietra, appoggiata a terra, con scolpito il numero civico che cercava. Entrò in una strada sterrata che portava a un gruppo di case moderne, con una piscina e un tennis all’interno.

Tutto buio, nessuna luce, nessun citofono funzionante, mentre i cani della villa cominciavano ad abbaiare. Per fortuna c’erano i cani, pensò Ben, altrimenti come avrebbe fatto sapere alla padrona di casa che era arrivato? La recinzione era alta e con filo spinato, non avrebbe potuto scavalcarla. Mentre si guardava intorno, e lo sconforto stava per sopraffarlo, apparve una candela su una porta, e una mano che gli faceva segno di entrare, indicando un cancelletto socchiuso nel muro di recinzione. Da quello entrò, attraversò il giardino e arrivò alla porta dove la padrona di casa, jeans e maglione, rideva di gusto. “Giusto uno del nord viene a un invito sotto il diluvio - la signora era molto divertita scorgendo la bottiglia di vino in mano a Ben - siamo gli unici due, dei trenta previsti per questa sera. Anche i miei figli sono rimasti bloccati in centro, mi hanno telefonato che si fermano a dormire dai loro amici”. “Mi scusi - cominciò timidamente il giovane - spero di non darle disturbo a questo punto, possiamo rimandare a tempi migliori…” “Sei finto - disse la padrona di casa – e molto diverso da tutti questi grandi play-boy indifferenti alla buona educazione, che è forse l’ultimo vero omaggio galante a una signora. Sei troppo gentile e carino, non rimandiamo un bel niente, stai qui e rideremo insieme, dobbiamo solo scegliere le prelibatezze di una tavola riccamente imbandita per trenta persone. Puoi toglierti tutti gli sfizi grazie alla mia cuoca abruzzese, che è superlativa…”

Era un tavolo di legno chiaro, massiccio, molto lungo, disegnato per lei dall’architetto che aveva progettato quelle case deliziose, ben nascoste nel verde, a ridosso delle tombe degli antichi illustri romani. Era apparecchiato con grande sfarzo, la raffinatezza aleggiava su qualunque cosa esistesse in quella casa, accessibile a pochi fortunati mortali. La tavola era perfettamente apparecchiata, argenteria e porcellane, lini, fiori freschi. Ben era stupito ma anche affascinato, doveva ammetterlo, di tanta opulenza che per la prima volta vedeva, da quando gliene avevano parlato. Toccava con mano i fasti della Capitale, e se da un lato gli spuntava nella coscienza un giudizio morale sui pochi che godevano di troppi privilegi, dall’altro si diceva che era valsa la pena di venire a Roma, perché senza esserci stato non avrebbe potuto dire di conoscere la vita, quella vera, bella o brutta, povera o ricca, spietata o garbata. Ma altrettanto sentiva lontano e irraggiungibile quel mondo della politica, dell’editoria, dell’impresa pubblica, dove si ostinava a cercare un lavoro che forse esisteva solo nei suoi sogni.

Si divertirono ad assaggiare un po’ di tutto, cibi e vini, un trionfo di ottimi piatti sia tradizionali sia ricercati, grazie alla mitica Pasqua che sapeva cucinare come pochi e che accudiva la famiglia della padrona di casa da decenni. Ben era stordito da tanta abbondanza e dall’oblio dolce di non pensare e di lasciarsi completamente andare, cosa che non avveniva da mesi per il continuo cercare lavori e lavoretti onde sbarcare il lunario. Ma stasera no, era come se avesse vinto al lotto, si faceva festa, era tutto lì a portata di mano… Non si era quasi accorto di cadere semi addormentato, di passare per una calda vasca da bagno e di finire sdraiato sopra un lettone della camera degli ospiti. Anche lì gli sembrava di essere in un film, tutto perfetto, il bagno era una piazza d’armi, come la stanza in cui era. Aveva appena aperto gli occhi, svegliandosi da un torpore che non era proprio sonno, per accorgersi che lei era entrata nella stanza, con una tazza fumante. Gliela appoggiò alle labbra, guardandolo in silenzio. Ben si tirò su a sedere, nessuno dei due parlava o si muoveva più, lui capì che quello non era un film, era vero, quella era l’attrazione di cui aveva letto nei romanzi. Si abbracciarono, si baciarono, si spogliarono, fecero l’amore. E ancora nella notte lei si svegliò e lo portò dentro di sé. Avevano vent’anni di differenza, ma quella sera e quella notte, per Ben, tempo e spazio erano annullati. Volava, fluttuava, gioiva, ma non sognava. Finalmente.

La mattina alle sei fu svegliato dolcemente dalla padrona di casa, che si scusò dell’ora. Era già vestita, e lo pregò di prepararsi velocemente perché doveva andare all’aeroporto. L’intonazione della voce di quella donna seducente pareva non risentire della notte prima, come se non fosse successo niente. Con un sorriso gli disse: “Vado a Parigi, il mio amante medico è a un congresso e mi ha chiesto di raggiungerlo. Ho qui la sua automobile e la uso per andare all’aeroporto, vieni con me che ti lascio alla tua macchina”. “Grazie - balbettò Ben - sei una donna splendida”, e lo sforzo di darle del “tu” gli fece dimenticare per un attimo la fitta di gelosia provata nel sentire che lei avesse un amante, di quella splendida signora era già un po’ innamorato. Quando lei gli si avvicinò e gli diede un leggero bacio sulle labbra, Ben si sentì come avesse salutato la sua ragazza, non una donna divenuta amante occasionale per causa di un diluvio. Lei guidava tranquilla, gli raccontava che era separata, che il chirurgo ricco e famoso e sposato era un corteggiatore carino, ma che la notte con Ben le aveva fatto tornare in mente quel misto di desiderio e di sentimento che apparteneva a un altro periodo della sua vita. Gli consigliava di essere lucido, perché sia da romantico incurabile sia da uomo di successo l’unica arma per sopravvivere decentemente è la mente, poi alternati vengono il realismo e i sogni, ma anche la coscienza dei propri limiti. Lei era stata molto felice, prima, e molto ricca, dopo, ma ora non sarebbe più stata capace di tornare indietro: si era adagiata nel lusso e lì sarebbe rimasta. Non era spietata, non era arida, ma dopo che il marito se ne era andato con un’altra aveva optato per molti soldi e molta autonomia, data appunto dal denaro. Ben restava in silenzio, pensava alla sua ragazza, carina ma non certo femminile e seducente come la donna al suo fianco in quel momento. La notte appena trascorsa l’aveva iniziato a un’altra dimensione, con una sensualità e un piacere mai provati. Vent’anni di differenza, però uno scambio alla pari, con una meravigliosa reciproca seduzione.

Sul lato della strada consolare apparve la macchina bianca del giovane, parcheggiata sul bordo, dove finiva la pavimentazione e cominciava la terra. Era mal messa, di traverso, ma per fortuna non intralciava la circolazione. Ben pensava ad alta voce, disse che le strade consolari romane, a partire proprio dall’Appia Antica, erano larghe quattro metri, pavimentati, più due marciapiedi di terra battuta di tre metri ciascuno ai lati, per un totale di dieci metri di larghezza. “Oltre che educato, anche colto il mio bel giovane - disse lei fermando l’automobile e appoggiandosi al volante, guardandolo con un misto di dolcezza e di durezza – però ora ti senti sperduto e ti mancano le parole per noi due, così ti metti a declamare. A occhio e croce direi che non ti è mai capitata una cosa come quella di stanotte…” “Vero - rispose Ben sollevato - così per caso, senza pensarci, senza volerlo, solo per la tua irresistibile carica di seduzione, capace di affascinare anche un eterno distratto come me…” “Mio caro e adorabile giovane - disse lei - non posso perdere l’aereo per Parigi, e d’altronde non voglio parlare a lungo, quando una seduzione è così perfetta, nella sua spontaneità, non ci sono commenti né rimorsi, solo ricordi. Mi ha sedotto la tua gentilezza, mi ha affascinato la tua educazione. Certamente mi piaci, e anche la tua gioventù è un richiamo forte, ma una donna vera non s’illude, sa che per l’amore c’è un tempo e nel mio caso è già passato: ho figli grandi, un marito lontano e inesistente. Tu mi hai portato una pagina di freschezza, sei autentico, vero e appassionato era lo slancio con cui hai fatto l’amore con me. Non so quanto io sia una donna per bene, ma so che questa notte ci è successo qualcosa che nessuno dei due aveva cercato. Io queste situazioni non le creo apposta, non le cerco, e il consiglio che ti do è di rimanere così pulito, ne avrai molto più piacere, ne godranno la tua mente e il tuo corpo, che peraltro non sono niente male. Se un uomo e una donna si uniscono per una sola volta, viene molto meglio se c’è comunque garbo e rispetto. E non ci saranno rimorsi, solo una dolce nostalgia”

Ben era sceso, aveva girato intorno alla macchina e stava affacciato al finestrino dalla parte di lei: “Penserò a quello che mi hai detto, ma penserò anche a te, se non ti dispiace…” “Essere pensata è la cosa che fa più piacere a una vera donna, più ancora che essere desiderata. Mi sei caro, molto caro”. Ben salì sulla sua vecchia utilitaria, che ripartì per miracolo al primo colpo. Il sole splendeva sull’Appia Antica, come solo a Roma succede dopo un diluvio.




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