Introduzione ai miei scritti


(Alessandro Feroldi, novembre 2013)



Chi scrive per lavoro e per diletto difficilmente ha con sé tutti i fogli che ha riempito. Non faccio eccezione, se non per qualche foglio di gioventù, qualche lettera, qualcuno dei mille articoli che ho scritto su molti giornali, principalmente quotidiani. Mancano ovviamente i testi dei pezzi fatti per radio e televisione: da inviato del Tg1 andavo di solito a braccio, non scrivevo. Anche da conduttore – ‘mezzobusto’ – tenevo una scaletta ma rifiutavo il ‘gobbo’ e andavo spesso a ruota libera.


Quando si scrive perché si deve, perché si è pagati per quello, è faticoso ma non impossibile, è un mestiere come un altro. Quando invece si scrive in libertà, da soli, senza uno scopo o un guadagno, allora è un incubo, volendolo fare bene. Illuminanti i pareri qui riportati di Guy de Maupassant, Truman Capote e più modestamente del sottoscritto (“Sulla scrittura”).


Una cosa è certa: per scrivere bisogna essere curiosi, sempre.


Il morbo della penna in libertà mi prese alle elementari, quando trovai per terra, andando alla scuola di via Corridoni a Milano, una banconota. La portai a mia madre, che mi disse di darla in chiesa per metà e con il resto di comprarci quel che avessi voluto, come premio per la buona azione di non averla spesa subito di nascosto. Felice andai subito dal cartolaio – come la libreria, un negozio che mi affascina sempre – e comprai una biro. Con la quale cominciai a scrivere e disegnare, nonché ‘pubblicare’, il mio giornalino Rififì.


Come cronista in erba pubblicai una sintesi della visita con il nonno allo stand della Maico in Fiera: avendo capito che volevano vendergli un apparecchio acustico, il nonno alla prova rispose con “Torino!” quando la venditrice disse “Milano”, e “Milano!” quando la signorina disse “Torino”. Con un sorriso e un ironico “Vede che non funziona?”, il nonno evitò il costoso acquisto. Il mio pezzo fu telegrafico: “Visita alla Maico in Fiera; Torino = Milano, Milano = Torino”.


Quello stesso nonno – Luigi detto Gino, piemontese, padre di mia madre Nella – musicista e tenore sopraffino, militare di carriera, mi scrisse una lettera stupenda: dopo due guerre mondiali e tutti i lager, era spaventato della “movimentatissima” città in cui il nipote sarebbe andato con la bicicletta che gli spediva dalla campagna dove viveva. Mi raccomandava di prendere una borsa per i libri in modo da avere sempre le due mani sul manubrio!


Ormai la penna era a briglia libera, quindi compilai diari, pagine, scarabocchi vari finché arrivai al giornalismo, con la tenacia di chi non aveva i santi in paradiso e soprattutto nessun parente o amico che potesse informare su eventuali posti liberi nei giornali.


Debuttai con un’intervista a Fabrizio De André, un cantautore genovese che, come Lucio Battisti, non si faceva mai vedere né sentire. Sapevo che incideva un disco all’Ortophonic di Roma, in piazza Euclide, con Nicola Piovani e orchestrali classici. Gli telefonai a mezzogiorno nel residence dove stava, a Monte Mario, e gli chiesi perché non mettesse un accordo di diminuita nella canzone Tre madri. Silenzio; poi disse con voce molto roca (alcol): “Vieni qui e fammi sentire”. Non ci conoscevamo, però cantò, cantai, cantammo. Era in pigiama con sopra un paletot blu. Mi disse solo: “Per fortuna che non fai dischi, hai la voce più bella della mia e suoni bene”. Mi permise di pubblicare l’intervista e di seguire alcune sedute di registrazione del suo nuovo long playing – Non al denaro non all’amore né al cielo – ispirato alle poesie Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters.


Per Stereoplay, mensile di apparecchi hi-fi, recensivo dischi e cantanti, scrivevo almeno 50 cartelle al mese. Così entrai nel giro musicale romano, suonavo e cantavo al Folkstudio di Giancarlo Cesaroni a Trastevere, abitavo in via del Mattonato di fianco a Francesco De Gregori e all’attore veneto Gigi Ballista. Insomma, con la penna e i miei pezzi riuscivo a campare, integrando il magro reddito con lezioni private di musica, greco, latino, italiano.


Su consiglio perentorio di Salvatore Accardo - mi prestò apposta un appartamento sulla Cassia per una settimana – ero andato a vedere Roma per la prima volta. Avevo 24 anni, l’intenzione era di starci qualche giorno. Mi fermai per venti anni. Roma era fantastica per un giovane in cerca di lavoro artistico. In Radio Rai riuscii a fare, a via Asiago, un programma che si chiamava “I cantuautori”, sigla di testa ‘Vecchio frac’ di Modugno e di coda ‘Il poeta’ di Bruno Lauzi. Facevo tutto da solo: arrivavo in studio con la borsa di dischi (miei) e i testi scritti di raccordo tra una canzone e l’altra, 50 minuti ogni venerdì sera alle sette e mezza.


A ‘Paese Sera’ arrivai da solo, per miracolo. Avevo intervistato Giorgio Cingoli, il direttore, per la Fondazione Agnelli, confessandogli il grande desiderio di fare il giornalista. Due anni dopo Cingoli, dandomi rigorosamente del ‘lei’, mi chiamò: 120.000 lire in nero, le migliori firme del giornalismo italiano come colleghi, grafici Giorgio Forattini e Franco Bevilacqua, orario di lavoro ogni mattina alle 3.30 per fare la “ribattuta” che andava in edicola verso mezzogiorno. Già che c’ero, fuori orario la sera andavo a vedere vari spettacoli. Scoprii Paolo Conte – eravamo neanche una decina al Centrale ad ascoltarlo – conobbi Fellini, Risi, la Deneuve, Gassman, Abbado, Muti, Pollini, Weissenberg e via dicendo. Riuscimmo, tra colleghi di ‘Tempo’ ‘Messaggero’ e ‘Paese Sera’, a convincere l’impresario Fontana a usare il lunedì di riposo del teatro Sistina per far suonare i sudamericani. Era titubante, ma l’appoggio stampa fu fondamentale: un successo, tutto esaurito sempre, Baden Powell, Vinicius de Moraes, Toquinho.


Il Sole 24 Ore fu una breve parentesi di ritorno a Milano, la parte più divertente era scrivere le recensioni di libri su Mondo Economico, settimanale del Sole. Tornai poi a Roma con ‘Il Globo’, storica testata riesumata dal socialista Leonardo Di Donna per arrivare alla presidenza dell’Eni. Ma Pertini scoprì che Di Donna era della P2 e fece saltare tutto. Il giornale naturalmente fu chiuso.


Cinque anni disoccupato, poi altro miracolo: assunto al Tg1. Avevo scritto al direttore del Tg1 Albino Longhi dicendo che ero disoccupato da 5 anni, e che tra lombardi avrebbe potuto dirmi quali magiche spinte fossero necessarie per lavorare. Mi chiamò per vedere chi avesse scritto una tale lettera, e fui l’unico assunto nella storia Rai senza un partito di riferimento. Cosa che pagai pesantemente con il tempo. Ma allora non lo sapevo, avevo uno stipendio, finalmente!


Le note, le pagine di diario, le lettere, qualche fotografia sono in coda: piccoli sprazzi di vita vissuta, vera.



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