Gerusalemme o Morte, pag.60

Gerusalemme o morte. Un MeToo# di mille anni fa – editore Pellegrini

Estratto da pagina 60

La nave ha lasciato Vienna all’alba e si fa trasportare dalla corrente del Danubio. I marinai con lunghi remi tengono l’imbarcazione al centro del fiume. Sono a poppa con Runa, vicino alla cabina imperiale, all’aperto.

“Ci sono pericoli su questo fiume? Ci sono nemici?”, chiede Runa.

La voce imperiosa di Barbarossa alle sue spalle la trafigge come una pugnalata: “Ti è stato ordinato di parlare il meno possibile, obbedisci. Per tutti tu sei la compagna del mio scudiero, con lui puoi parlare a gesti, tra sordomuti vi intendete benissimo. Chiedi ogni cosa solo a lui, avrai sempre una risposta. Gli altri soldati non capiscono i vostri gesti, tra voi potete mantenere qualsiasi segreto, tu devi sembrare solo una donna al seguito del suo uomo, che non s’interessa di cose militari”.

“Perdonate Maestà”, dice la giovane girandosi verso di lui e inginocchiandosi ai suoi piedi, “vorrei sapere di più su questo viaggio”.

“Non far domande e lasciati guidare da Sabellicus. Da quando è al mondo, sta sempre al mio fianco, come un cane da guardia. Si fa capire dai miei uomini, che lo sanno unico depositario della fiducia dell’imperatore. A te non daranno ascolto, ma a lui obbediscono come dessi l’ordine io stesso”.

Runa guarda l’acqua del fiume e parla con un fil di voce: “Questo piccolo orizzonte del Danubio non è il mare, ma mi fa già sentire più libera. Lo sguardo corre lontano”.

Barbarossa allunga un braccio e con la punta delle dita alza il mento della zingara, che è rimasta in ginocchio e a testa bassa. “Ti ordino di non prostrarti ogni volta che parli con me”, dice l’imperatore con tono insolitamente benevolo, quasi paterno, “chinati solo in battaglia”.

“Al contrario Maestà, vi farò scudo con il mio corpo”, protesta Runa.

“No, cara ragazza, è meglio che muoia il vecchio imperatore. Una giovane bella e intelligente come te deve vivere. Non importa chi vincerà, a Gerusalemme o a Roma; si dovrà comunque costruire un futuro, cosa impossibile senza giovani capaci e tenaci. Una donna del tuo valore deve fare figli, quando trova un vero uomo. Vai da lui adesso, avrete molte cose da raccontarvi, fate conoscenza”, e così dicendo indica lo scudiero sordomuto, cui non sfugge un solo movimento delle labbra di Barbarossa, labbra che legge come un libro aperto.

Sabellicus in cuor suo è felice della benedizione dell’imperatore, ma non si sente pronto per il matrimonio. Da qualche giorno prova dentro di sé un sentimento nuovo, un’emozione sconosciuta. Ma sono cose che un uomo come lui non ha mai affrontato seriamente, la sua vita è una strada già segnata, non ha mai sbagliato finora, sta sempre con l’imperatore, o meglio quasi sempre, per proteggerlo in ogni situazione. Tutto il resto non conta, l’amore e il sentimento non sono previsti, almeno così pareva finché non ha incontrato Runa. Non importa – pensa alla fine lo scudiero – anche su questo il mio padrone un giorno mi consiglierà, e saprò come regolarmi.

Lo sguardo di Barbarossa ora cade sul tesoriere, che si avvicina a lui e resta in silenzio, rispettosamente, in attesa di un suo ordine.

“Quella giovane donna ha carattere”, gli confida l’imperatore, “sarebbe molto utile, raccoglierebbe più informazioni lei che tutte le spie del Papa e di Venezia. Zingara ribelle, ha un carattere ben nascosto ma insidioso, come la sua femminilità: è un’arma potente, una catapulta che sfonda le mura in un assedio. Voi Sigiboto non vi trastullate con queste pochezze mortali come la venustà muliebre, nevvero? O forse mi sbaglio”, uno dei rari sorrisi spunta adesso sul volto dell’imperatore mentre gli si rivolge con divertita ironia, “dato che vi ho appena visto prodigo di parole e consigli verso la povera gitana, sembravate il pastore con una pecorella smarrita. Non sarà che qualche volta anche il mio ascetico e imperturbabile tesoriere si lasci attrarre dalla bellezza femminile? Sarebbe una gioia per me pensarvi dedito al piacere, e non solo sempre e noiosamente al dovere. Rassicurate- vi, siete il primo dei miei consiglieri, non abbiate timore che una spia, per quanto abile, per quanto bella, vi faccia concorrenza. Siete e rimanete il mio insostituibile tesoriere e uomo di assoluta fiducia. Come farei senza di voi? Però, pensandoci bene, l’ideale sarebbe avere con noi anche quella bellissima figlia dell’oste: una zingara e un’ebrea, pensate da quale mescolanza di razze e di lingue discendono quelle due giovani avvenenti donne!”

“Sire, la vostra attenzione mi lusinga”, risponde Sigiboto cercando di non essere deferente, altrimenti l’ironia del sovrano diventerebbe ancor più pungente, “mi sono solo sentito in dovere di spiegare qualcosa all’ultima venuta, in fondo è come un crociato in più nel nostro esercito. Un soldato privilegiato però, non sta con la truppa, è imbarcata sulla nave imperiale”.

“Oggi sono di buon umore, caro Sigiboto, mi fa bene star lontano da corte, senza tutti quegli infingardi postulanti che chiedono, chiedono, chiedono, e ogni inchino nasconde un pugnale nella manica pronto a colpirmi. Suvvia Sigiboto, siate lieto della bellezza, anche quella femminile esiste per rendere più allegro il mondo. Questa ragazza ci servirà per avere informazioni utili, ma è sempre da voi che mi aspetto le notizie fondamentali, quelle di cui non posso fare a meno per comandare questa folla di soldati in viaggio; sono veramente troppi, dobbiamo aspettarci molti ostacoli, tra gli amici e tra i nemici”.




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