Gerusalemme o morte. Capitolo primo.

Omnibus di Alessandro Feroldi per grandangolare.com

Incipit di Gerusalemme o morte, un #MeToo di mille anni fa, Pellegrini Editore 2021

Capitolo 1 - Il gorgo che uccide I nostri morti segnano come pietre miliari il lento cammino dei soldati. Fame e sete, uniche compagne da giorni e giorni. La vista è annebbiata, il piede incerto: cadono uomini e cavalli. Non posso morire ora, senza un nemico, senza l’onore delle armi. I miei crociati resi- stono se l’imperatore vive e li guida alla meta. La natura è nemica qui in Anatolia, non dà frutti sulle montagne del Tauro. Devo resistere. Sono fuggito da Susa assediata, sono sopravvissuto a Legnano, ho sconfitto i Turchi cento volte più numerosi. Non posso cadere adesso, non posso. Il mare è là, ne vedo il riverbero, ne sento il profumo. I miei piedi e il mio cavallo sono sfiniti, non c’è itinerario, possiamo solo seguire le anse del Calicadno che scorre verso Seleucia e il mare. Questo fiume, come il Danubio, suscita la mia invidia. Il moto perpetuo dell’acqua è più possente delle umane menti. L’ansia di notte si fa più devastante, angoscia di un domani che sarà tristemente uguale a ieri. Provo a ricordare gli odori e i profumi di Gerusalemme nella scorsa crociata, com’ero giovane, neanche trent’anni. Non riesco, è una nostalgia triste. Dentro non ho più certezze, neanche quella della morte. Come verrà? E quando? Non mi è dato sapere, ma non sarà la spada di Saladino a togliermi la luce e lo spirito. Cadrò da cavallo in un burrone? Mi spezzerò la schiena contro un masso? Il mio corpo di vecchio non sopporterà la fatica di queste valli, scendere e salire senza sosta? Vorrei una notte tranquilla per scegliere i ricordi da portarmi nell’oltretomba, come i gioielli dei Faraoni. La corona da re, la prima volta? Quella da imperatore, a Roma? No, non posso, non c’è posto nella mente sgomenta. L’incertezza mi uccide, questi sono i miei qua- ranta giorni nel deserto, ma non ci sono neanche i dia- voli a tentarmi. La notte qui è magnifica, perfetta, tutta silenzio e immensità. Io sto per morire, lo sento, le due giovani donne vivranno. L’ebrea e la gitana hanno una sorte propizia, faranno figli e cresceranno in virtù e bellezza. L’incoscienza della gioventù sopporta tutto, anche una crociata. La vita scorre nell’acqua di un fiume, nel ventre di una donna. Ben poca cosa è un trono, anche se del Sacro Romano Impero. Morirà Barbarossa e l’esercito crociato si dissolverà, arriveranno i Turchi e periranno i Bizantini, dal lontano Oriente nuovi popoli si spingeranno fino alle nostre terre. Gerusalemme sarà sempre di tutti e di nessuno, con i templi di tre culti: cristiano, ebraico e musulmano, nel rispetto di ogni religione che l’uomo deve avere. L’alba, la luce. Finalmente qualche fiore, compare sul- le rocce il mantello verde dell’erba. Ecco l’ultimo passo, le ultime sponde rocciose del fiume. Poi la pianura fertile, il grano per gli uomini, la biada per le bestie. Uno per volta, in costa all’ultimo lembo di montagna, passeremo di là, lasceremo l’orrido Tauro alle nostre spalle. I volti sono distesi, l’entusiasmo sta tornando negli occhi dei crociati. Mi guardano, confidano nel loro imperatore che li ha condotti fino qui e oltre li guiderà, fino alla Palestina e alla Città Santa. Sono spossati, ma dopo questo viaggio non hanno più paura, il nemico basta trovarlo e combatterlo. Se riescono a sfoderare le armi in campo aperto, hanno già vinto. Il vero nemico qui è la montagna, il sentiero angusto. Due crociate, sei campagne in Italia: ho fatto troppe miglia, a cavallo e a piedi, più di tutti i pellegrini verso Compostela o Chiaravalle. Non basterebbero il Reno, il Rodano, il Po e il Danubio a misurare la strada che ho percorso. E dove sono ora, a quasi settant’anni? In viaggio. Diamo fondo alle provviste, fra poco saremo nella terra dell’abbondanza. Facciamo riposare i giovani, sono meno resistenti dei vecchi, la loro debolezza è l’impa- zienza. A noi è rimasta solo la rassegnazione, che ci fa tolleranti. Quant’è vero, Marco Aurelio, che la felicità è l’assenza delle passioni. Ma tu non avevi le staffe, come facevi a rimanere in sella? Per te il cavallo era movimento e imperio, ma sempre in bilico, come l’accenno di un sorriso che può ancora volgersi al pianto. Marco Aurelio come Federi- co, imperatori. Cresciuti da giovani tra lotte politiche di famiglia, costretti da vecchi a cavalcare lungo i confini orientali per fermare ribelli e invasori. Più sovente in sella a un cavallo che sullo scranno imperiale. Abbiamo avuto le mogli al fianco anche in battaglia, ma le abbia- mo perdute troppo presto. Tu Marco Aurelio sei morto mille anni fa, a Vienna, dopo aver debellato le tribù germaniche e fermato i nomadi del lontano Oriente, quelli che avevano già le staffe. Mille anni son passati. E le fatiche di un imperatore, di tutti gli imperatori, sono ancora le stesse. Ma per me c’è anche un simbolo da riconquistare, il Santo Sepolcro, molto lontano dal cuore del Sacro Romano Impero. Tu almeno avevi i tuoi templi a Roma. Non sopporto più l’attesa. Devo arrivare al mare, questo sentiero nella roccia sembra non finire mai. L’altra sponda del fiume è piana, erbosa, invitante. Se attraverso al guado il Calicadno potrò spronare il cavallo al galoppo verso Seleucia, senza aspettare questa fila infinita del mio esercito, che avanza come una tartaruga. Ecco, se mi sdraio con un po’ di frutta vicino, penseranno che il mio lungo pasto non sia ancora finito. Anzi, meglio fingere una lieve sonnolenza, così i miei affettuosi e sol- leciti guardiani forse si prenderanno qualche distrazione con le loro donne. Eccomi in sella, nessuno mi ha visto. Entro nel fiume e vado verso l’altra sponda, com’è violenta la corrente. Le acque sembrano placide, viste da riva. Forse non ho considerato quanta acqua scorra nel letto del Calicadno, o sarà il mio cavallo che è stanco, che non tollera più l’avventura? Ma un semplice guado, per questa bestia che in un anno le ha viste tutte, è impresa così difficile? Aria, acqua; e terra sul fondo del fiume che sto attraversando. Anche sul Danubio era così, fuori Vienna, quando su quell’isoletta ho visto per la prima volta Ruth, nuda e irreale, quella fascinosa donna che ha fatto perdere la testa a mio figlio. Le donne, quanto avrei voluto amarle se mi fosse stato possibile. Sabellicus e mio figlio non sanno la buona sorte che è toccata loro, provati dalle insidie della guerra ma liberi dai veleni di corte. L’imperatore è come Dio, pensano i sudditi. Non sanno che il vero Dio non ha i limiti di spazio e di tempo, mentre Federico I di Svevia Hohenstaufen è un mortale come gli altri. Ho dovuto molto decidere e molto comandare, ma non ho potuto fermare le ore. Quella sarebbe la vera sovrumana possanza, sfuggire al tempo. Quando a Legnano, sconfitto, sono fuggito a piedi per alcuni giorni, solo allora non sono stato schiavo del tempo, ero libero, non esistevo più, mi avevano dato per morto. Dunque, per avere libertà bisogna morire, per finzione o per davvero?




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